Vulcano sottomarino al largo di Riposto

da una segnalazione del dott. ing Grasso Salvatore  - 

vulcano

Un gigante di fuoco negli abissi
C’è un vulcano sottomarino al largo di Riposto più esteso dell’Etna, ha un apparato autonomo. II prof. Giuseppe Patanè. «E’ il risultato di 4 anni di studi condotti dai ricercatori della facoltà di Scienze geologiche dell’Università di Catania». Sismi ed eruzioni. «I grandi terremoti della Sicilia orientale hanno origini vulcaniche. Il magma risale lungo la scarpata Ibleo-Maltese». Un vulcano sommerso la cui estensione supera di tre volte quella dell’Etna; un vulcano il cui sistema di alimentazione è completamente autonomo rispetto a quello dell’Etna, da cui dista però solo pochi chilometri: a scoprirlo dopo quattro anni di accurati studi condotti nel tratto di mare compreso fra Riposto e Acicastello, è stato un gruppo di ricercatori della facoltà di Scienze geologiche dell’Università di Catania, guidato dal prof. Giuseppe Fatane, docente di Fisica terrestre, e composto da Ivan Agostino, Santo La Delfa e Riccardo Leonardi. Pubblicati di recente sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale “Elsevier”, i risultati dello studio riservano di sicuro ulteriori clamorosi sviluppi, a cominciare dalla dimostrazione della teoria secondo cui i grandi terremoti che nel corso dei secoli hanno colpito la fascia ionica della Sicilia sono strettamente correlati all’attività vulcanica del gigante etneo. E non solo. Ma andiamo con ordine. «Le dimensioni dell’edificio vulcanico sommerso sono davvero imponenti – spiega il prof. Patane -. L’abbiamo sempre avuto lì, sotto il naso, ma nessuno si è mai accorto della sua esistenza. La struttura, in grande, richiama alla mente le linee dell’Etna, con un enorme sprofondamento sul versante orientale che partendo da 500 metri sotto il livello del mare scende giù fino al piano abissale dove si raggiungono i 2500 metri di profondità. Il diametro massimo della Valle del Bove è di 7 chilometri; quello della caldera sommersa è di 20 chilometri: cioè, tré volte più grande». «Di sicuro si tratta di una struttura antecedente i fenomeni eruttivi etnei degli ultimi 100 mila anni e allo stato, non vi sono segni evidenti di attività, anche se sospettiamo una risalita di fluidi caldi». «La scoperta nasce per caso – racconta ancora lo studioso -. Quattro anni fa stavamo conducendo una serie di .analisi nel Centro di astrofisica del Cnr di Bologna quando ci siamo ritrovati davanti una carta dei fondali marini al largo della costa etnea, carta sviluppata con una tecnica “multibeam” che si avvale di un sonar acustico. A balzare subito agli occhi fu quella strana morfologia a ferro di cavallo dei fondali marini prospicienti Riposto e Acireale. Questa singolare geometria non poteva essere casuale dato il peculiare assetto vulcanico e tettonico dell’area. E fu così che decidemmo di approfondire la questione coadiuvati dal Nucleo sommozzatori dei Vigili del fuoco di Catania, utilizzando altresì carte dei fondali della Marina militare e immagini satellitari forniteci dalla Us Navy». «Alla fine, l’elaborazione di tutti i dati raccolti non ha lasciato dubbi: al largo di Riposto e via via più a sud fino a Capo Mulini, i fondali marini raccontano una storia antica di 100 mila anni e forse più, una storia fatta di esplosioni ed eruzioni vulcaniche. In prossimità di Riposto, si eleva una vera e propria cresta lunga chilometri che i pescatori del luogo chiamano “la secca”, molto simile ai dicchi che si osservano nella Valle del Bove. A fianco, verso il largo, si erge un cono a forma di pandoro che potrebbe essere il prodotto di un vulcanismo tardivo. Più a sud, poi, ecco la famosa caldera – una depressione formatasi a seguito della demolizione di un grande apparato vulcanico – che somiglia alla Valle del Bove. Ed è probabile che le cause che hanno generato sia l’una sia l’altra siano le stesse, anche se i fenomeni sono avvenuti in uno spazio e in tempi decisamente diversi». «Ancora: più a sud, abbiamo individuato una cupola allungata in direzione Est-Ovest, la cui propaggine occidentale si trova in corrispondenza di Capo Mulini, Acitrezza e Acicastello. Questa appare come il prodotto della risalita del magma dal mantello sottostante, che ha dato origine ai numerosi dicchi e alle manifestazioni vulcaniche che si possono osservare lungo la riviera acese». «Ce n’era abbastanza per far partire nuove ricerche sui fondali, utilizzando un robot (il Rov) comandato a distanza. Le riprese dei fondali sono straordinarie: abbiamo subito riconosciuto strutture a forma di “cuscino”, incrostate da depositi organogeni, immerse in una massa fangosa accumulatasi in migliaia di anni. Alcuni ciottoli vulcanici arrotondati dispersi in piccole spianate ci parlano di spiagge sommerse a una profondità di 80 metri, formatesi durante l’ultima glaciazione, quella di Wiirm. Il passo successivo, come si è accennato, è stato quello dell’immersione di un gruppo misto di sommozzatori dei vigili del fuoco e di ricercatori dell’Università che, a una profondità di 100 metri, hanno raccolto e portato in superficie 20 chili di campioni di roccia che saranno studiati nei laboratori del dipartimento di Scienze geologiche dell’Università di Catania». «Va da sé – continua Patanè – che l’esplorazione fin qui condotta è ancora ben modesta se si considera la vastità dell’area da studiare: 400 chilometri quadrati. Tuttavia sono previste nuove immersioni per completare questa prima parte della ricerca, con l’utilizzo di apparecchiature ancora più sofisticate». «Nel frattempo siamo andati a guardare sia l’aspetto sismologico – c’è in quell’area una forte anomalia negativa della velocità delle onde P -, sia l’aspetto magmatico. Al pari dell’Etna, lungo la costa e soprattutto sotto il Chiancone – l’area di depositi di materiale vulcanico compresa fra Acireale e Riposto – abbiamo registrato una forte risorgenza magmatica. Ecco perché riteniamo che non c’è alcuna soluzione di continuità tra quanto accaduto in mare nella notte dei tempi e quanto sta accadendo oggi sulla terra ferma». «E qui arriviamo a quelle considerazioni che gettano nuova luce sul quadro geodinamico e sismico della Sicilia orientale. Lungo tutta la scarpata IbleoMaltese, la frattura che ha generato i più violenti terremoti nell’area ionica, abbiamo una forte risalita di magma. L’Etna così come lo vediamo oggi in realtà si è formato sotto la spinta di due fonti distinte: una è quella che continua a dare l’attuale attività eruttiva ed esplosiva, l’altra, indipendente dalla prima, è appunto legata alla scarpata Ibleo-Maltese». «Da qui la deduzione prima e i riscontri dopo sulle origini del devastante terremoto del 1693: oggi possiamo affermare che quel sisma ebbe origini vulcaniche. Una tesi questa avvalorata dai dati raccolti in occasione della crisi tellurica del 2001 quando il campo di stress dei Monti Iblei prese a “ballare”. Una crisi determinata proprio dalla forte risalita magmatica sotto l’Etna. Per troppo tempo si è guardato al Mongibello come a una sorta di struttura a sé stante; ma così non è. Si tratta di un vulcano, non di un soggetto passivo». «La verità è che tutto trae origine dal mantello: se il mantello si muove sotto l’Etna, allora avremo un’eruzione; se al contempo si muove sotto gli Iblei, allora avremo la rottura lungo le scarpate o le faglie e dunque i terremoti». «Ecco: i grandi terremoti hanno origine dalla combinazione tra la spinta della zolla continentale africana su quella europea e il movimento che questa pressione genera nel mantello. Il nostro problema è costituito dalla crosta terrestre, l’elemento passivo che fa da filtro e ci impedisce d’osservare il movimento del mantello. Se potessimo perforare la crosta per almeno 2-3 chilometri e installare a quelle profondità sensori particolari, allora saremmo in grado di prevedere anche i terremoti. E’ solo una questione di denaro, perché gli strumenti oggi ci sono. Ed è pure una questione di filosofia della ricerca scientifica le cui fonti d’approvvigionamento oggi sono più che mai sono saldamente nelle mani della, politica». «Un’ultima considerazione – conclude il prof. Patanè-: alla luce di quanto detto, viene da chiedersi se sia possibile un’eruzione dell’Etna alle basse quote così come avvenuto nel 1669. lo direi che è sì improbabile, ma non impossibile. Certo, perché questo accada si dovrebbe stravolgere in maniera drastica il campo di tensioni.