Politica Siciliana Archive

SICILIA, IL LESSICO DELLE BANALITA’

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza nessuna periodicitá. Non puó pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del o7.03.2001. 

di Agostino Spataro

Lessico...Come previsto, il Lombardo-ter ha avuto vita breve e difficile. Si pensava che avrebbe passato l’estate, invece parrebbe di no. Tutte le forze che, in modo dichiarato o surrettizio, sostengono il governatore hanno posto il problema di un nuovo esecutivo.
La situazione è precipitata. Fra Roma e Palermo è ripreso un frenetico andirivieni di capi e capetti del PdL diviso, speranzosi o incolleriti, in pellegrinaggio dal gran Capo assoluto dal quale si fanno dipendere le sorti della Sicilia.
Il risultato di queste missioni (credo molto seccanti per Berlusconi) è davvero eclatante: dopo sei mesi di perfido silenzio e di attese snervanti, il Cavaliere, pregato da Micciché, si è degnato di telefonare al presidente della regione. Mai telefonata fu così preziosa e “gradita” come assicura il ricevente. Alla faccia dell’Autonomia speciale!
Che strana sorte quella dell’Autonomia: nel momento della sua massima esaltazione (a parole) subisce il massimo degrado della sua pratica politica.
Nei rapporti col governo centrale mai si era giunti a tanto. Anche per l’assegnazione dei fondi spettanti.

Dalla demagogia autonomistica alla questua 
Se è questo è il modello che si vorrebbe appioppare all’Isola, c’è da star freschi: dalla crisi si passerà alla questua, con la coppola in mano.
Spiace rilevarlo, ma così è e peggio sarà se dovesse continuare questa esperienza anomala e inconcludente.
A salvare la situazione non saranno, certo, le formulette enunciate in questi giorni che, a ben pensarci, denunciano il fallimento dei partiti che le invocano perché incapaci di assicurare alla Sicilia un governo politicamente responsabile e identificabile.
Questa non è politica, ma esattamente il suo contrario.
Tempi duri. Per sopravvivere è stato inventato un nuovo lessico delle banalità: dalle geometrie variabili al governo “con chi ci sta”, dalla giunta dei tecnici a quella dei competenti.
Di questo passo, dovremo anche aspettarci “governi a sorteggio” o fantasie similari.

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Lombardo, recitazione della controversia siciliana

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Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza nessuna periodicitá. Non puó pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del o7.03.2001.

 di Agostino Spataro
* pubblicato, con altro titolo, in “La Repubblica/Pa” del 14/4/2010

Agostino Spataro

Agostino Spataro

Tanto rumore per nulla. Si potrebbe dire.
Chi s’aspettava dal discorso del governatore Lombardo sconvolgenti rivelazioni di fatti di mafia e di nomi “di politici legati alla mafia e agli affari” è rimasto deluso.
In realtà, egli ha fatto meno nomi di quelli preannunciati in discorsi e interviste e tante, tantissime allusioni orientate in varie direzioni.
Una serie di messaggi criptati oscillanti fra la minaccia di scioglimento e gli ammiccamenti rassicuranti verso l’intera Assemblea. Se continua, e si rafforza, il governo, si potrà terminare la legislatura e anche chi scalpita per occupare il suo posto di presidente potrà sperare nella sua annunciata non ricandidatura per “affaticamento”.
La parola d’ordine, maturata nelle ultime ore, pare essere quella di rasserenare il clima politico dando appuntamento a tutti alla prossima tornata elettorale.
Lombardo è apparso conciliante anche verso Berlusconi e perfino verso taluni esponenti nazionali del PDL  (in Sicilia ex alleati, a Roma colleghi dello stesso governo) che hanno posizioni di rilievo nel governo e nelle istituzioni. A cominciare da Alfano fino a ieri bollato come un ministro di giustizia “non giusto”. Paradossalmente, l’unica colpevole dovrebbe essere la libera stampa che ha pubblicato brani delle intercettazioni riguardanti, fra gli altri, il governatore e trasmesse dai Ros dei carabinieri al vaglio della magistratura catanese. Insomma, sembra che i tanti inviti e consigli ad abbassare i toni, a non inasprire lo scontro, provenienti anche dai ranghi del Mpa, siano prevalsi sulle intenzioni più bellicose che avrebbero complicato, e di molto, il precario disequilibrio politico- parlamentare su cui si regge lo strano governo di Lombardo e soci.
Perciò è rimasto deluso chi s’aspettava che il governatore desse un nome e un cognome ai tanti identikit tracciati e agitati in questi mesi per indicare coloro che, agendo in combutta col malaffare, hanno affossato la regione e con essa ogni speranza di rinascita dei siciliani.
Invece, a parte certi tono allarmistici, abbiamo sentito soltanto i nomi di due politici: quelli del sen. Firrarello e dell’on. Torrisi del Pdl.

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Volando in deltaplano sulla politica siciliana

Volando in deltaplano sulla politica siciliana

di Agostino Spataro

Agostino Spataro

Agostino Spataro

Sorvolando in deltaplano l’attuale politica siciliana si vedono, più nitidi, i contorni e i suoi innaturali miscugli: cumuli di rovine disseminati tutt’intorno, con al centro un gran vuoto paludoso dentro il quale si agitano partiti e gruppi dilaniati al loro interno e altri che si tengono con lo sputo.
Dall’alto, corpi e luoghi appaiono rimpiccioliti, per effetto dell’altitudine naturalmente. S’apre alla vista un mondo lillipuziano in pieno fervore con tanti uomini, e qualche donna d’ornamento, l’un contro l’altro armati, intendi a covar vendette e rappresaglie ed altri, incompresi, affannati a spiegare, a rassicurare, a interpretare le scelte proprie e quelle altrui.
Operazione altamente improbabile, giacché quando una scelta deve essere molto spiegata e molto interpretata dimostra d’esser fragile, contraddittoria, per non dire sbagliata.
Da canto, il gran Lombardo (nulla a che fare con quello di Vittorini) che medita e agisce, con furbizia, senza mai svelare il suo piano, le sue vere intenzioni. 

Si vede anche dell’altro che omettiamo per carità di patria.
Ma il nostro è solo un sogno, fatto in queste notti tempestose che hanno sconquassato la Sicilia.
Meglio scendere, dunque, dal deltaplano e andare a vedere da vicino, sul terreno, cosa, effettivamente, sta accadendo a Palermo dopo il varo del contrastato governo Lombardo, il terzo in diciotto mesi.

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DESTRUTTURARE PER SOPRAVVIVERE

lombardo_DESTRUTTURARE PER SOPRAVVIVERE

di Agostino Spataro (11 settembre 2009)

Raffaele Lombardo, per far passare il suo ambiguo disegno “autonomista”, sta puntando le sue carte sulla destrutturazione dei partiti. Tranne del suo MpA, ovviamente, destinato a divenire il fulcro aggregatore del “Partito del Sud”.

Qualche effetto comincia a vedersi, anche se la strada è tutta in salita e la scommessa resta molto ardua, azzardosa.

Mutuando una sura del Corano si potrebbe dire: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che il governatore riesca a fagocitare gli attuali partiti..

Il suo, in realtà, è un espediente un po’ obbligato senza il quale il suo governo rischia di non arrivare al capodanno. Lombardo sa che una nuova crisi potrebbe risultare esiziale per la sua presidenza e travolgere anche il suo confuso progetto di “Partito del Sud”.

Insomma, una manovra per la sopravvivenza che mira a sconvolgere, a rimescolare il quadro politico e parlamentare uscito dal voto.

In un momento critico, carico d’incognite per la tenuta democratica del Paese, a tutti si richiedono nervi saldi e senso di responsabilità. Soprattutto, in una regione importante come la Sicilia non si può giocare allo sfascio senza dire dove si vuole andare a parare.A causa di tale andazzo, la già fragile situazione politica isolana continua a sfilacciarsi e a ingarbugliarsi giorno dopo giorno.

I partiti siciliani sono attraversati da divisioni profonde e laceranti. In primo luogo, il PdL dove la rottura, provocata da Micciché, principale partner di Lombardo, è così profonda da apparire insanabile tanto da scatenare ritorsioni pesanti e imprevedibili sulla gestione degli enti locali. Come accade al comune di Palermo.

La manovra lombardiana si è insinuata anche nel PD che, col suo 30 per cento dei seggi all’Ars, può rappresentare, secondo gli esiti congressuali, la sponda privilegiata per garantire, in modo surrettizio, continuità ad una presidenza in affanno che, a poco più di un anno, non dispone di una maggioranza parlamentare certa.

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PROFUMO DI NUOVO

di Agostino Spataro  - 

profumoProfumo di nuovo, d’aria fresca e di grandi passioni, di buona politica. Se l’olfatto non m’inganna, mi paiono un po’ queste le fragranze che emana il documento programmatico dei giovani siciliani del Pd. Seguiremo l’andamento del nuovo cammino, tuttavia credo si possa già dire che l’intuizione è la più indicata per aprire una fase politica nuova e far uscire la Sicilia dalla situazione stagnante in cui si trova. Si, stagnante. Anche se c’è in atto un generale fervore. A destra il duo Micciché – Dell’Utri si sta dando da fare (con scarso successo) per creare un partito-beffa che, facendosi scudo dei problemi del sud, possa garantire altri dieci anni di sopravvivenza politica a chi, stando al governo, questi problemi li ha solo aggravati. Realtà o chimera, il “partito del sud” sempre più somiglia ad una sorta di albero della cuccagna (“ la ‘ntinna” in siciliano) a cui ognuno si arrampica per accaparrarsi il premio posto in cima. Ossia una buona fetta dei voti dei meridionali delusi dalla politica fallimentare degli ultimi governi nazionali e regionali. Lombardo ha capito che da solo non potrà mai riuscire, perciò vorrebbe assemblare una squadra di scalatori eterogenei che, affastellandosi l’uno sull’altro, riescano più agevolmente a toccare la cima. Una scena già vista da bambino, nella piazza del mio paese. Mastro Bernardo, il caposquadra, ch’era dotato di una forza bovina, si piazzò in basso, abbracciato al palo insaponato, sopra di lui saltarono i primi due scalatori. Il terzo sicuramente avrebbe toccato la cima. Tra la folla c’era un uomo della concorrenza che, per far fallire quel tentativo, gettò la sigaretta che stava fumando fra pelle e camicia di mastro Bernardo, al limite del suo sforzo sovrumano. Il poveretto capì l’antifona, tuttavia tentò di resistere. Ma il calore era diventato fuoco vivo che divorava le sue spalle coperte da un folto pelame. Nella piazza s’udì un urlo atroce, bestiale. Mastro Bernardo crollò a terra e sopra di lui i tre soci che, nel frattempo, avevano ben ripulito il palo dal sapone. L’uomo della concorrenza si fece avanti e, in solitudine, raggiunse la ntinna. Sperando che questa storiella, realmente accaduta, possa insegnare qualcosa a qualcuno, torniamo allo strano fermento che sembra agitare tutti i partiti siciliani. Per far cosa? Taluni, addirittura, per farsi male da soli. Come i diversi gruppi della sinistra, vittime del 4%, i quali, invece d’unirsi per raggiungerlo alle prossime elezioni, continuano a moltiplicarsi. Votandosi a sicuro suicidio. E questo, francamente, non lo capisce nessuno.  

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UDC, la preda

di Agostino Spataro

leonessa-con-la-predaSotto i bagliori della luce sinistra dei roghi d’immondizia, a Palermo e altrove, continua a svolgersi la crisi del centro-destra alla regione e il tentativo di Lombardo di traghettare oltre il voto del 6-7 giugno il suo anomalo governo-bis. Tutto procede nel peggiore dei modi. La situazione sta precipitando verso livelli e posizioni davvero sconcertanti. Ai più poco interessano gli esiti di questa faida interna al centrodestra siciliano e tantomeno le sorti di questo o quell’altro partito o candidato. Tuttavia, non si può sottacere il preoccupante degrado che investe in pieno la realtà siciliana, politica e di governo. Al centro resta l’operazione azzardata del governatore il quale ha azzerato (non del tutto) la giunta, nel bel mezzo della campagna elettorale e con l’Ars improvvidamente chiusa, per ricostituirla incompleta con gli stessi assessori “azzerati” e senza disporre di una maggioranza parlamentare. Insomma, un espediente mirato più ad escludere l’Udc che a innovare. Difatti, i tre posti lasciati vuoti vengono agitati come specchietti per le allodole per convincere il Pdl, che ha sospeso i tre assessori ribelli, a sostenere il Lombardo-bis. Quando mai si è visto varare un governo, che ha una dignità costituzionale, per tre quarti e con tre posti vacanti? Una vera bizzarria che un pò ricorda le scenette che, talvolta, capitavano ai tavoli di una festa di matrimonio o di battesimo. Alla presenza di una sedia vuota, il cameriere saltava il piatto corrispondente, ma c’era quasi sempre qualcuno che lo pregava di versare per l’amico “ch’era andato in bagno”. E così il furbetto si beccava due porzioni per ogni portata. Nel nostro caso, i posti vuoti sono quelli appartenuti all’Udc che presto saranno occupati da tre esponenti del PdL. Momentaneamente al bagno. Ironia a parte, la faccenda rischia di arroventare la conclusione della campagna elettorale, indetta per rinnovare il parlamento europeo, ma svolta all’insegna di questa manfrina. Il voto è la vera posta in gioco. Secondo i risultati, si potranno dispiegare manovre politiche davvero sconvolgenti, ben oltre i confini della Sicilia e le ambizioni dell’on. Lombardo. Non a caso, in questi giorni, sono volate parole grosse, perfino offensive fra (ex) amici e sodali che da circa dieci anni, insieme, hanno disastrato la regione. Sono state profferite minacce di rappresaglie politiche e accuse di tradimento di patti segreti e di amicizie antiche. Una caduta (non solo di stile) così grave, inquietante da spingere un politico accorto come l’on. Mannino (intervista a Repubblica ) a tacciare di “traditore” l’ex rampollo Lombardo che ha tramato contro il gemello Cuffaro, lasciando trapelare la preoccupazione per una perfida manovra avvolgente che si sta dispiegando, tra Palermo e Roma, per mettere all’angolo l’Udc di Casini e soci.

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Sicilia, lo strappo è servito

di Agostino Spataro

lombardo_bisDunque, lo strappo è stato consumato. E’ nato il Lombardo-bis. Un parto difficile, lacerante, incompleto e, soprattutto, denso di incognite. Un governo “con chi ci sta” aveva minacciato il presidente e così è stato. Solo che a starci sono veramente pochini. Almeno stando alle posizioni ufficiali degli esponenti dei partiti di maggioranza e di opposizione. Tranne che non ci sia una schiera di congiurati pronti a venir fuori al segnale convenuto, Lombardo potrà contare, a occhio e a croce, su una ventina di parlamentari (su novanta) ovverosia sul 22 % dell’Assemblea regionale siciliana. Meno della metà della metà. Tradotto in termini politici, si ritrova con l’appoggio di un solo gruppo parlamentare (quello del suo Mpa) e di alcuni deputati del PdL. Si rafforza oltremisura l’opposizione tanto da divenire una stragrande maggioranza. Ai 28 deputati del  Partito  democratico, infatti, si aggiungeranno i 12 dell’Udc di Cuffaro e quasi l’intero gruppo del Pdl. Un vero primato. In nessuna democrazia si è mai visto un governo poggiare su una minoranza parlamentare così esigua. Lombardo sembra non curarsi di tutto ciò ed ha varato un governo pur che sia. Saltando passaggi fondamentali della dialettica istituzionale fra potere esecutivo e legislativo in una regione autonoma dove ancora vige un  parlamento eletto dal popolo come il presidente. Non vi sono precedenti cui appellarsi. Non regge nemmeno l’abusato richiamo al governo Milazzo che disponeva di una maggioranza, seppur risicata. Un esecutivo azzardato che, per sopravvivere, dovrà affidarsi alle paure dei deputati per il minacciato scioglimento anticipato dell’Ars. Una politica nuova non può far leva su paure e minacce che producono solo stati di necessità e ricatti da ogni parte. Allora, sorge spontanea la domanda: dove si vuole andare a parare? Lombardo ha forse delle carte nascoste da giocarsi? o è solo una pantomima per acquisire visibilità elettorale? L’opinione pubblica sconosce le vere motivazioni, gli interessi politici e d’altra natura che stanno alla base della clamorosa rottura del centro-destra siciliano, tuttavia capisce che siamo in presenza di un’impennata che non lascia presagire nulla di buono. Si è varato una sorta di “governo del Presidente” incompleto e senza una maggioranza definita e autosufficiente, senza uno straccio di programma. Coi nomi degli assessori, Lombardo avrebbe dovuto presentare almeno alcune linee guida, tre quattro punti programmatici davvero innovativi e convincenti sia per giustificare l’azzardosa operazione e soprattutto per indicare una nuova prospettiva per la Sicilia.

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GIOCO D'AZZARDO

 di Agostino Spataro

gioco-dazzardoCosa non si fa per superare il quorum?  Spiace rilevarlo, ma solo così si può spiegare la mossa del presidente Lombardo di “azzerare” la sua giunta e di annunciarne una nuova, di “coesione sociale”,  entro 48 ore. Una mossa inattesa che- a sentire i suoi mentori- ha spiazzato i partiti alleati e no. Credo che un po’ abbia spiazzato anche lo stesso Lombardo che, forse, non avrà ben calcolato le conseguenze che la sua trovata avrebbe prodotto e che in ogni caso lascia tutti, a dir poco, perplessi. Anche chi, come noi, nei giorni scorsi su queste colonne, avevamo prospettato l’esigenza di una formalizzazione della crisi, prima del voto del 6-7 giugno. Una presa d’atto, una posizione pubblica che dichiarasse la crisi del governo, rinviando a dopo le elezioni gli atti conseguenti che possono essere più d’uno: azzeramento o rimpasto della giunta, formazione di una nuova maggioranza e di una nuova giunta o, in extrema ratio, le dimissioni del presidente, scioglimento dell’Ars e nuove elezioni. Nell’attesa, si poteva “congelare” il governo in carica per garantire l’ordinaria amministrazione. Invece, si è voluto azzerare (anche se non si è raggiunto lo zero assoluto) la giunta senza averne in mente una nuova, credibile sul piano politico-programmatico e con una base parlamentare chiara e autosufficiente.  Perciò, in assenza di motivazioni più convincenti, questa scelta appare priva di una logica politica razionale. Mancano poche ore alla scadenza delle 48 ore e non sappiamo come evolverà la situazione. Ci sarà  il nuovo governo promesso dall’on. Lombardo? Così come stanno le cose, la sua formazione sembra altamente improbabile, complicata. Manca infatti un contesto politico chiaro di riferimento, una cornice.

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SICILIA: FINE DEI PARTITI?

di Agostino Spataro

elezioni-europeeChi avrebbe mai pensato che la corsa per le europee avrebbe provocato nel centro destra siciliano una sorta di guerra civile che mette a dura prova perfino la tenuta del governo regionale? Ovviamente, in questa terribile contesa l’Europa non c’entra nulla. C’entra invece la volontà di contarsi, anche all’interno dei singoli partiti, per verificare il peso elettorale specifico di ciascuno in vista di un rimpasto o anche di manovre più ampie che potrebbero sconvolgere l’attuale quadro politico. Il clima creatosi lascia presagire un’escalation conflittuale esasperata, dai toni ruggenti, imbastita da pentimenti tardivi e propositi vendicativi. Continuano, infatti, a volare parole grosse, accuse pesanti lanciate dai massimi esponenti dell’Udc e del Pdl nei confronti del governatore Lombardo il quale, invece di prendere atto e provvedere, si è difeso con risposte inviperite e vagamente minacciose. Così come non si ferma il passaggio di deputati eletti nelle liste del Mpa di Lombardo verso il gruppo misto divenuto una sorta di anticamera obbligata per i voltagabbana (quasi una quarantena) che decidono di passare con altro gruppo. Insomma, questi ed altri elementi evidenziano una gravissima crisi di fiducia fra alleati che promettevano di governare la Sicilia, in perfetta concordia, da qui all’eternità. Non è passato un anno è siamo alla guerra fratricida in nome di un’Europa dalla quale la Sicilia sempre più s’allontana, anche per colpa di politiche e comportamenti così fuorvianti ed avvilenti. Una guerra senza esclusione di colpi esportata nella gran parte dei comuni che il 6-7 giugno andranno alle urne anche per il rinnovo delle amministrazioni locali. Insomma, se le apparenze non ingannano (e in Sicilia sovente si sono dimostrate ingannevoli!), questa campagna elettorale rischia di essere caratterizzata da un durissimo scontro interno al centro-destra, fino all’ultimo voto di lista e di preferenza. Uno scontro in cui l’appartenenza politica, gli stessi partiti contano sempre meno per lasciar posto alle consorterie locali.

Propaganda ingannevole o c’è del vero?
Ovviamente, in questa litigiosità c’è molta “propaganda ingannevole”, un gioco di rimandi, per suffragare l’idea di una diversità (posticcia) fra i contendenti che hanno dato vita ad un’alleanza solo di cartello, anomala rispetto al quadro di governo nazionale. Ma credo ci sia anche un disagio reale che nasce dall’incertezza per i futuri scenari politici e quindi dai ruoli che vi potranno esercitare ciascun partito, i singoli esponenti. Se il conflitto non è solo un trucco per accaparrarsi voti, qualcosa dovrebbe pur succedere in Sicilia. A sentire il presidente dell’Ars, Cascio del Pdl, c’è d’attendersi una virulente crisi del governo regionale da mesi in affanno e da qualche giorno in angustie per l’avviso di garanzia notificato ad un assessore Udc per voto di scambio con esponenti di cosche mafiose di Palermo. Tuttavia, già oggi la situazione politica isolana appare piuttosto confusa e attraversata da manovre che potrebbero portare ad una scomposizione del bipolarismo imperfetto ed accendere dinamiche inedite dagli esiti imprevedibili. Per eccesso di crescita del centro-destra che, stando ai primi sondaggi, sembra aumentare in voti a discapito delle diverse formazioni del centro-sinistra che ambiscono a rappresentare il polo unitario e alternativo. Spiace rilevarlo, ma questa ambizione, almeno in Sicilia, appare molto sfumata, impercettibile agli occhi degli elettori. Dopo il 7 giugno, potremo avere un centro sinistra più debole e diviso e un centro destra più forte e diviso. Insomma, le scelte per le candidature, le bizzarre alleanze elettorali, gli scontri intestini sembrano accentuare la crisi, già grave, dei partiti siciliani che rischiano di uscire da questa consultazione lacerati, irriconoscibili.  ercheremo di capire meglio. Speriamo di sbagliarci, ma in Sicilia sembra di vivere una sorta di antivigilia del crollo dei partiti così come li abbiamo conosciuti dal dopoguerra in poi.  

Il ” piano B” del governatore Lombardo
Il denominatore comune ai due poli è la divisione che però agisce in maniera opposta: nel centro destra come moltiplicatore di voti, nel centro sinistra come fattore smobilitante e di alienazione delle simpatie popolari. E così, il centro destra, grazie alla sua spregiudicatezza e al suo formidabile sistema clientelare, potrebbe crescere oltremisura. Paradossalmente, però, una crescita eccessiva potrebbe provocare una rottura decisiva al suo interno e quindi una nuova deriva delle forze centriste. Come dire: il centro destra siciliano potrebbe scoppiare per un eccesso di salute. Potrebbero nascere nuove alleanze, magari fagocitando settori delusi provenienti dalle formazioni sconfitte o accordandosi direttamente col Pd. Si parla, con insistenza, di un “piano B” di Lombardo per estromettere dal governo le recalcitranti componenti maggioritarie del Pdl e cooptare al loro posto il Pd, secondo la logica delle “geometrie variabili” sperimentate con successo all’Ars in più occasioni. In attesa di smentite o di conferme che non verranno prima del voto, è prematuro trarre conclusioni, anche perché molto dipenderà dai risultati di questa corsa ad ostacoli nelle quale non bisogna superare siepi ma alte soglie di sbarramento. Ad ogni modo, un’eventuale evoluzione di questo tipo sarebbe un segnale anche per altri contesti, regionali e nazionale. Un nuovo esperimento politico? Vedremo di nuovo la Sicilia salire per l’Italia, come la palma di sciasciana memoria? Può darsi. Oggi, tutto è in movimento nel nostro Paese: c’è chi sale e c’è chi scende per la penisola. Sempre più spesso vediamo anche il ricco Nord scendere verso il Sud e la Sicilia per fare affari e/o alleanze elettorali. Politicamente parlando, Italia e Sicilia ormai si attraversano agevolmente, s’incrociano e si alimentano reciprocamente. Chissà se, finalmente, non diventeremo una nazione, magari incontrandoci ai livelli più bassi delle nostre aspirazioni.

 * pubblicato, con altro titolo, in “La Repubblica/Pa” del 15 maggio 2009.

LA PORTA GIREVOLE

di Agostino Spataro

la-porta-girevoleIn questa agitata vigilia elettorale, nelle forze politiche siciliane si nota un gran fermento per acchiappare il candidato più carico di voti. Chiunque esso sia e senza badare alla provenienza. Voti e preferenze, idee e programmi non sembrano interessare. Nulla di nuovo sotto il sole, ma dai nomi circolanti sembra che potranno essere premiati finanche alcuni transfughi più o meno illustri passati, disinvoltamente, da un partito all’altro.  Si continua, cioè, ad alimentare un fenomeno indegno che, da tempo, alligna un po’ dovunque in Sicilia, anche se, di recente, i segnali più preoccupanti giungono dal catanese dove è in corso una lotta al coltello per accaparrarsi consiglieri e candidati più quotati. La guerra è fra partiti alleati del centro-destra, ma a farne le maggiori spese potrebbero essere le forze d’opposizione che a Catania sembrano orfani di padre e di madre. Il fenomeno non è solo siciliano, tuttavia qui è divenuto talmente frequente da essere considerato normale ossia ascrivibile nella norma non scritta di questa “partitocrazia senza partiti”, capeggiata da leader nani, politicamente s’intende. La direzione principale del flusso va dai partiti d’opposizione verso quelli di governo (raramente all’incontrario), ma da quando è iniziata la campagna acquisti del Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo molti passaggi si registrano anche fra partiti del centro destra. E così leggiamo, soprattutto nelle cronache locali, di trasferimenti inattesi di questo o di quel consigliere comunale, provinciale, sindaco e talvolta perfino deputato regionale, europeo. Mai una censura. Anzi, seguono le rituali dichiarazioni del tal capo-partito o di corrente che, invece di vergognarsi un pochino, accoglie il transfuga con “soddisfazione” ed animo lieto.  Come dire: un mix di cattiva politica e belle maniere. La questione non è solo morale o moralistica come qualcuno lamenta, ma eminentemente politica, poiché questi “transfert” comportano un pesante colpo all’immagine già fiacca dell’attuale ceto politico e un grave costo materiale per le istituzioni e per la società. Infatti, da questo malcostume si originano i tanti guasti della pubblica amministrazione, gli sprechi e gli abusi nella gestione della spesa pubblica. Oltre al danno materiale c’è da valutare quello, incommensurabile, provocato dall’inganno, e quindi dalla sfiducia, degli elettori che li hanno votati sotto un determinato simbolo per poi vederli schierati in una formazione avversaria. Ogni “passaggio” è una mortificazione della scelta  democratica dei cittadini e della delega fiduciaria che col voto si esprime. Basterebbe questo vulnus per metterli alla gogna. Invece… ponti d’oro a chi decide di saltare, una o più volte, il fosso che separa la coerenza politica dalla convenienza personale. Questi voltafaccia non possono essere giustificati con crisi d’identità politica o con folgorazioni di carattere ideale o sentimentale. Si tratta di scambio, per mera utilità reciproca: pacchetti di voti in cambio di posti e di poltrone più comode di quelle che offre l’opposizione. Per salvare la “politica”, i partiti dovrebbero scoraggiare i transfughi di ogni risma e colore e non premiarli con incarichi prestigiosi come potrebbe accadere nelle prossime elezioni europee. Tutto ciò è sconcio, ma lo è altrettanto il fatto che tutti, dal Presidente del consiglio dei ministri a quello della Regione, dai sindaci d’importanti città ad assessori regionali, a parlamentari, a ministri, saranno candidati in questa consultazione-plebiscito. Per mettere davvero fine a tali sconcezze bisognerebbe varare norme rigorose che comportino l’ineleggibilità (impossibilità di candidatura) per coloro che occupano incarichi parlamentari e di governo, anche locale, e che vincolino gli eletti al partito nel quale sono stati eletti, pena la decadenza. Certo, bisogna tutelare la libertà dell’eletto nell’esercizio del mandato, ma non fino al punto di mortificare il diritto preminente dei cittadini alla rappresentanza che è la sostanza della sovranità popolare. Insomma, per far cessare questo indecoroso andirivieni bisognerebbe dotare il cd “palazzo” della politica (che, per intenderci, non è la sede del potere vero che ordina e decide) di una porta fissa che apre e chiude e non- come oggi sembra- di una porta girevole che consente d’entrare ed uscire a piacimento. Una porta solida e stretta perché – come scrive André Gide- più stretta è la porta più virtuosa è la famiglia che abita la casa. Fuor di metafora, un partito serio non è un taxi e nemmeno un albergo ad ore. Chi vi aderisce, e soprattutto chi lo rappresenta, deve farsi carico dell’onere della responsabilità, della fatica e del rischio del confronto e della gestione corretta delle istituzioni, senza guardare agli interessi personali, familiari e/o di cordata. Solo così la politica si potrà riappropriare del primato che le è stato sottratto da forze potenti extra-istituzionali.

* pubblicato, con altro titolo, su “La Repubblica/Pa” del 16 aprile 2009.

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