Politica Siciliana Archive

LA PORTA GIREVOLE

di Agostino Spataro

la-porta-girevoleIn questa agitata vigilia elettorale, nelle forze politiche siciliane si nota un gran fermento per acchiappare il candidato più carico di voti. Chiunque esso sia e senza badare alla provenienza. Voti e preferenze, idee e programmi non sembrano interessare. Nulla di nuovo sotto il sole, ma dai nomi circolanti sembra che potranno essere premiati finanche alcuni transfughi più o meno illustri passati, disinvoltamente, da un partito all’altro.  Si continua, cioè, ad alimentare un fenomeno indegno che, da tempo, alligna un po’ dovunque in Sicilia, anche se, di recente, i segnali più preoccupanti giungono dal catanese dove è in corso una lotta al coltello per accaparrarsi consiglieri e candidati più quotati. La guerra è fra partiti alleati del centro-destra, ma a farne le maggiori spese potrebbero essere le forze d’opposizione che a Catania sembrano orfani di padre e di madre. Il fenomeno non è solo siciliano, tuttavia qui è divenuto talmente frequente da essere considerato normale ossia ascrivibile nella norma non scritta di questa “partitocrazia senza partiti”, capeggiata da leader nani, politicamente s’intende. La direzione principale del flusso va dai partiti d’opposizione verso quelli di governo (raramente all’incontrario), ma da quando è iniziata la campagna acquisti del Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo molti passaggi si registrano anche fra partiti del centro destra. E così leggiamo, soprattutto nelle cronache locali, di trasferimenti inattesi di questo o di quel consigliere comunale, provinciale, sindaco e talvolta perfino deputato regionale, europeo. Mai una censura. Anzi, seguono le rituali dichiarazioni del tal capo-partito o di corrente che, invece di vergognarsi un pochino, accoglie il transfuga con “soddisfazione” ed animo lieto.  Come dire: un mix di cattiva politica e belle maniere. La questione non è solo morale o moralistica come qualcuno lamenta, ma eminentemente politica, poiché questi “transfert” comportano un pesante colpo all’immagine già fiacca dell’attuale ceto politico e un grave costo materiale per le istituzioni e per la società. Infatti, da questo malcostume si originano i tanti guasti della pubblica amministrazione, gli sprechi e gli abusi nella gestione della spesa pubblica. Oltre al danno materiale c’è da valutare quello, incommensurabile, provocato dall’inganno, e quindi dalla sfiducia, degli elettori che li hanno votati sotto un determinato simbolo per poi vederli schierati in una formazione avversaria. Ogni “passaggio” è una mortificazione della scelta  democratica dei cittadini e della delega fiduciaria che col voto si esprime. Basterebbe questo vulnus per metterli alla gogna. Invece… ponti d’oro a chi decide di saltare, una o più volte, il fosso che separa la coerenza politica dalla convenienza personale. Questi voltafaccia non possono essere giustificati con crisi d’identità politica o con folgorazioni di carattere ideale o sentimentale. Si tratta di scambio, per mera utilità reciproca: pacchetti di voti in cambio di posti e di poltrone più comode di quelle che offre l’opposizione. Per salvare la “politica”, i partiti dovrebbero scoraggiare i transfughi di ogni risma e colore e non premiarli con incarichi prestigiosi come potrebbe accadere nelle prossime elezioni europee. Tutto ciò è sconcio, ma lo è altrettanto il fatto che tutti, dal Presidente del consiglio dei ministri a quello della Regione, dai sindaci d’importanti città ad assessori regionali, a parlamentari, a ministri, saranno candidati in questa consultazione-plebiscito. Per mettere davvero fine a tali sconcezze bisognerebbe varare norme rigorose che comportino l’ineleggibilità (impossibilità di candidatura) per coloro che occupano incarichi parlamentari e di governo, anche locale, e che vincolino gli eletti al partito nel quale sono stati eletti, pena la decadenza. Certo, bisogna tutelare la libertà dell’eletto nell’esercizio del mandato, ma non fino al punto di mortificare il diritto preminente dei cittadini alla rappresentanza che è la sostanza della sovranità popolare. Insomma, per far cessare questo indecoroso andirivieni bisognerebbe dotare il cd “palazzo” della politica (che, per intenderci, non è la sede del potere vero che ordina e decide) di una porta fissa che apre e chiude e non- come oggi sembra- di una porta girevole che consente d’entrare ed uscire a piacimento. Una porta solida e stretta perché – come scrive André Gide- più stretta è la porta più virtuosa è la famiglia che abita la casa. Fuor di metafora, un partito serio non è un taxi e nemmeno un albergo ad ore. Chi vi aderisce, e soprattutto chi lo rappresenta, deve farsi carico dell’onere della responsabilità, della fatica e del rischio del confronto e della gestione corretta delle istituzioni, senza guardare agli interessi personali, familiari e/o di cordata. Solo così la politica si potrà riappropriare del primato che le è stato sottratto da forze potenti extra-istituzionali.

* pubblicato, con altro titolo, su “La Repubblica/Pa” del 16 aprile 2009.

SICILIA, LA COMMEDIA DEGLI EQUIVOCI

di Agostino Spataro

agostino-spataroPer rappresentare l’attuale situazione politica alla Regione siciliana si potrebbe prendere in prestito il titolo di una celebre opera shakesperiana: la commedia degli equivoci. Le due trame non hanno nulla in comune, tuttavia il finale potrebbe essere, per entrambe, a lieto fine. A Palermo il governatore Lombardo è tornato alla carica contro suoi assessori e alleati del PdL, ma anche questo “scontro” sembra destinato ad essere archiviato senza conseguenze politiche e rubricato nella categoria degli “equivoci”. Vedrete, come per altre precedenti disfide, tutto sarà chiarito e aggiustato. Magari a Roma, secondo i canoni della moderna “autonomia”. Un po’ come succede nell’opera di Shakespeare dove il protagonista, il siracusano Egeone, condannato a morte a causa di un groviglio di false identità alla fine si salverà dimostrando ch’erano solo equivoci, per l’appunto. E tutti vissero felici e contenti. Da notare -per inciso- come questo, ulteriore riferimento di Shakespeare alla Sicilia potrebbe avvalorare l’ipotesi, avanzata da Martino Iuvara, di una sua origine siciliana. Ma andiamo alla Regione siciliana, ancora senza bilancio e con tanti gravissimi problemi insoluti, dove continua questa sorta di gioco delle parti, anche nel nuovo scontro scoppiato all’interno del governo e della maggioranza di centro-destra. E non su questioni politiche, d’indirizzo, ma su due punti nodali per il controllo clientelare, elettorale della spesa regionale: la formazione professionale e il piano casa. Nei mesi scorsi, il conflitto s’era aperto sul riordino della spesa sanitaria, sul futuro degli Ato rifiuti, sugli inceneritori, ecc. “Molto rumore per nulla” si potrebbe dire con Shakespeare. (altra commedia ambientata a Messina!) Infatti, a parte qualche lieve modifica nella sanità, per il resto tutto è fermo. Non si registrano novità, cambiamenti che giustifichino tanto clamore. Solo riforme annunciate, servizi che non funzionano e…due integerrimi funzionari regionali puniti, in modo esemplare, per essersi attenuti alle norme di legge in materia d’impatto ambientale. In una regione dove le promozioni fioccano senza alcun criterio meritocratico, ai pochi che osano fare il loro dovere di pubblici funzionari punizioni, perché tutti capiscano. Un fatto gravissimo che- spiace rilevarlo- non ha fatto scattare una reazione decisa da parte dei partiti e dei sindacati e, nemmeno, da parte dei tanti movimenti ambientalisti che hanno utilizzato le coraggiose posizioni dei funzionari puniti per motivare le loro iniziative contro la realizzazione dei quattro mega-inceneritori. Perciò, si può parlare di commedia, di furbizie e di giochetti di corto respiro. Almeno in questa prima fase di governo, nella strategia di Lombardo non si rilevano concreti elementi di rottura col passato e di autentico cambiamento di metodi e d’indirizzi. Si continua a sopravvivere sulla base di ammiccamenti a sinistra e nuovi accordi a destra, magari con qualche tiro talvolta azzardoso sempre però riconducibili nell’alveo dell’alleanza di centro-destra cui sembrano condannati i tre partiti che la compongono. Anche nei momenti più drammatici hanno sempre trovato un tavolo (o più d’uno) per chiarire gli “equivoci” e ricomporre conflitti che parevano insanabili, magari per mezzo di sostanziose compensazioni riparatrici. Questo è accaduto fino ad oggi e all’orizzonte non s’intravedono segnali di una più salda e duratura coesione della maggioranza né di un ribaltamento della situazione politica e di governo. Questo tira e molla potrebbe, dunque, durare per altri 4 anni. Una lettura differente sta più in cielo che in terra, cioè nel mondo dei desideri e delle pie illusioni. Anche perché – ormai dovrebbe esser chiaro- lo scontro che periodicamente si combatte alla regione non è fra cambiamento e conservazione, ma è per la mera re-distribuzione del potere affaristico e clientelare fra le diverse componenti del centro destra. Non c’è dubbio che lo sbarco a Palermo di Raffaele Lombardo, espressione del blocco di potere catanese, ha scombinato molti equilibri ed interessi consolidati nel tempo. In tempi di vacche magre, è duro per Udc e PdL fare spazio al nuovo arrivato portatore di un disegno molto ambizioso che per affermarsi deve erodere la base elettorale dei due alleati/concorrenti e dello stesso Partito democratico che, talvolta, sembra cavalcare la tigre del cambiamento accovacciandosi in groppa (alla tigre), dietro di Lombardo. Spazio vitale, dunque, che il governatore è deciso a conquistare con ogni mezzo, a Palermo e in tutte le nove province dell’Isola. Specie alla vigilia d’importanti scadenze elettorali (europee e amministrative) nelle quali il suo Mpa, per contarsi, ha deciso di correre da solo. Correrà da solo Lombardo, ma sempre vincolato agli accordi strategici con Berlusconi e con Bossi e, nonostante le polemiche, anche con l’Udc di Casini e di Cuffaro. Ecco, dunque, il grande equivoco che permane nella situazione politica siciliana che se non eliminato potrebbe trascinarsi per l’intera legislatura con esiti logoranti per i partiti e le istituzioni e deludenti per l’insieme delle forze sane e produttive dell’Isola. Il tempo sembra lavorare per il Mpa il quale, sotto le bandiere dell’autonomia (che in Sicilia c’è da 62 anni!!!), nasconde un disegno di potere ambizioso, anche se poco originale giacché ripropone i metodi del peggior doroteismo democristiano. Giudizio esagerato? Ciascuno può verificarlo da se. Basta guardarsi intorno e cercare, ai diversi livelli d’amministrazione, le differenze di comportamento tra i rappresentanti di MpA e degli altri partiti di governo. Difficile trovarne qualcuna.

*Pubblicato con altro titolo su “La Repubblica/Pa” del 11 aprile 2009 

GUERRA DI GUERRIGLIA FRA LE DUE SICILIE

di Agostino Spataro

agostino-spataroNella storia della Regione siciliana mai si era giunti ad un degrado come quello in atto che ha visto consumarsi, in meno di 24 ore e all’insegna della rappresaglia, due fatti politici gravissimi all’interno del centro-destra. Com’è noto, i fatti si sono svolti in una successione stucchevole: Udc e Pdl approvano, con 8 voti contro i 7 di Mpa e Pd, il “prelievo” dell’articolo-cardine del loro ddl sul riordino della sanità, per tutta risposta Lombardo da corso all’approvazione (con 4 assessori in fuga dalla seduta di giunta) delle minacciate nomine dei direttori generali. Segue la ritorsione di Udc e Pdl che, a tamburo battente, varano il “loro” progetto sulla sanità, mandando a quel paese Lombardo e, soprattutto, il suo assessore Russo. Quindi tutti volano a Roma, chi da Berlusconi, chi da Cuffaro, a cercare conforto e soprattutto una soluzione al brutto pasticciaccio combinato a Palermo. Sperando che con qualche assegnazione compensativa si possa sanare un conflitto che appare insanabile. Tutto ciò accade- se ci fate caso- a meno di un anno della strepitosa, facile, vittoria elettorale. E’ lecito domandarsi: come faranno a convivere, a co-governare, per altri quattro anni? Si tirerà a campare, ma fino a quando? Lombardo e soci non vogliono prendere atto che quest’alleanza è nata male e sta evolvendo al peggio. La coalizione di centro-destra, infatti, è stata assemblata in un clima di grave disorientamento, di panico persino, nell’urgenza di parare l’enorme falla che le dimissioni di Cuffaro avevano aperto nel blocco di potere dominante. Il risultato è stato un accordo ambiguo, raffazzonato, meramente elettorale e di potere, perché oltre tali orizzonti questi signori non sanno vedere. E lo dimostrano le furibonde risse di questi giorni per un direttore o per una Asl in più o in meno. Ma questo è solo l’aspetto esteriore di una guerriglia sorda, senza regole, combattuta fra consolidati gruppi di potere che si contendono, tramite i partiti, quanto resta delle risorse della regione. Quando di parla o si scrive di certe pittoresche rivalità fra Catania e Palermo o fra le due Sicilie si omette o s’ignora che in realtà lo scontro è fra due sistemi di potere simili per natura, ma diversi per strutturazione, dinamiche operative e oltre che per dislocazione territoriale. Non ci riferiamo alle “due Sicilie” della storia, formula bizzarra inventata dai regnanti di Napoli per risarcire con una facezia l’orgoglio ferito della nobiltà siciliana per il mancato insediamento della corte a Palermo, ma a quelle che, grosso modo, oggi s’identificano con la fascia orientale e  occidentale dell’Isola. Il declino del sistema palermitano, stantio e più parassitario, ha indotto il gruppo di potere catanese e siculo-orientale a puntare sull’elezione di Raffaele Lombardo per tentare un riequilibrio a suo favore. Insomma, una sorta di “guerra di guerriglia” spietata che si combatte assessorato per assessorato, Asl per Asl, Ato per Ato, ecc. Credo che questo sia il filone da seguire per capire un po’ meglio quello che sta accadendo alla Regione. Non c’è dubbio che, in tale contesto, il partito che maggiormente può ostacolare questo disegno è l’Udc di Cuffaro insediata nei gangli vitali dell’amministrazione. Non a caso la scure di Lombardo si è accanita di più contro i rappresentanti di tale formazione. In gergo, la chiamano “decuffarizzazione”, ma per far cosa? Nel fare le nomine il governatore avrà avuto tante buone ragioni per escludere o far ruotare gli uomini di Cuffaro, tuttavia i neo-nominati non sono di vero cambiamento, ma di mera sostituzione. In sostanza, le scelte operate non fuoriescono dalla vecchia logica di potere clientelare, semmai denotano la necessità di esercitare un controllo diretto dei flussi di spesa. Soprattutto, in vista dei tagli prefigurati con il federalismo fiscale varato dal governo Berlusconi e, in generale, con le diverse misure di riduzione dei trasferimenti verso la regione e gli enti locali, molti dei quali, fra cui il comune di Palermo, sono con l’acqua alla gola. Insomma, mentre si offusca la prospettiva di sviluppo dell’Isola, questi signori si azzuffano per una poltrona di direttore, per una consulenza, per un appalto, per una fornitura, per un contributo per foraggiare feste e festini e sedicenti centri di studio, false accademie, sodalizi sportivi e quant’altro produce la fantasia malata degli architetti del sottogoverno diffuso. Uno scontro forsennato, tutto interno al centrodestra, che ha trasformato la politica in una giungla infernale, nella quale non si capisce cosa ci faccia il Partito democratico. Anche questo è un segno evidente di una crisi di fondo che, certo, non può essere risolta con  ammiccamenti e sterili furbizie. La politica siciliana è come impazzita. Sarà il panico o la paura di non farcela, fatto sta che gira a vuoto mentre la tempesta s’annuncia, terribile, all’orizzonte prossimo venturo. In realtà, sotto la scorza di tale impazzimento si cela l’incapacità delle forze politiche (di governo e non solo) di progettare un nuovo futuro per i siciliani. Paralizzati dalle loro stesse incapacità, i partiti guardano con terrore alla crisi e alle scadenze elettorali imminenti (europee ed enti locali) e perciò ripiegano sulla spartizione dell’esistente. Questa non è strada che spunta. Bisogna cambiare seriamente metodi e indirizzo politico e programmatico. A cominciare da Lombardo che dovrebbe prendere atto della crisi del suo governo e della maggioranza che lo dovrebbe sostenere e trarne le dovute conseguenze. Per molto meno, Renato Soru si è dimesso da presidente della giunta di centro-sinistra sarda. Ma in Sicilia l’istituto delle dimissioni sembra sia stato abolito. Per superare il problema, basta la benedizione di Berlusconi e la promessa di un nuovo accordo elettorale. Alla faccia della sbandierata Autonomia!

Agostino Spataro

 

14 febbraio 2009

SICILIA: CENTRO-DESTRA DIVISO, REGIONE PARALIZZATA

di Agostino Spataro

Agostino SpataroOrmai tutti lo vedono, molti esponenti della maggioranza di centro-destra lo ammettano: l’amministrazione, lo stesso governo della regione siciliana sono fermi, paralizzati dalle contraddizioni interne, dalla mancata approvazione del bilancio e dall’inapplicata riforma della   dirigenza. Si gioca al rinvio per prendere tempo o per evitare di prendere atto dell’impossibilità di governare la regione in armonia e con profitto. La elefantiaca macchina della regione non riesce a smaltire nemmeno l’ordinaria amministrazione. Figurarsi i provvedimenti straordinari che sarebbero necessari per fronteggiare la crisi più generale che minaccia la Sicilia. Fermi è dire poco, giacché, in una situazione in movimento, quando gli altri corrono stare fermi significa essere sorpassati dagli eventi, essere catapultati all’indietro. Rischio che sta correndo La Sicilia, regione strutturalmente debole, che assiste, confusa e sgomenta, allo spettacolo indecente di un centro destra arrogante che ha stravinto  la battaglia elettorale, ma sta perdendo la guerra contro la realtà drammatica che la crisi sta scoperchiando. C’è chi sostiene che Lombardo sia a metà del guado. Non si direbbe, visto che- a mio parere- a metà del fiume non è mai arrivato, ma è rimasto sulla riva ad annunciar riforme che i suoi alleati, e penso parte del suo stesso elettorato, non desiderano o, addirittura, apertamente ostacolano. In questo scenario, per sommi capi richiamato, il presidente della regione appare “incartato” dentro le sue riforme, solo annunciate, che si stanno rivelando un boomerang. Giacché l’annuncio di una riforma allarma e mobilita gli interessi minacciati e non quelli che se ne dovrebbero avvantaggiare. Se a tutto ciò si aggiungono i colpi bassi inferti dal governo-amico guidato da Berlusconi che stanno causando all’Isola danni peggiori di una calamità naturale e quelli, egoistici e punitivi, dagli alleati elettorali della Lega di Bossi, (ultimo il provvedimento sui prezzi dell’energia) il quadro delle difficoltà diventa davvero grave e soprattutto difficile da spiegare ai cittadini. Poiché il Mpa dovrebbe quantomeno ammettere di avere sbagliato alleanze e, quindi, denunciare gli accordi sottoscritti. I suoi alleati, infatti, stanno lavorando di fino per stringere all’angolo Lombardo, condannandolo all’immobilismo e lasciandolo friggere in un crogiuolo di contraddizioni irrisolte che, con la crisi, stanno esplodendo all’interno di una coalizione divisa ed ostile verso qualsiasi misura di risanamento. Comportamenti, per altro, prevedibili, poiché il cambiamento non lo possono realizzare gli stessi partiti, e personaggi, che portano le responsabilità politiche e morali del dissesto che si vuole risanare. Insomma, in Sicilia si è venuta a creare una condizione delicata, imbarazzante per il centro-destra che evidenzia una divaricazione programmatica e un’esasperata concorrenzialità sul terreno elettorale. Una sorta di “guerra civile” fra alleati per la rimodulazione e il controllo del sistema di potere dominante alla regione, in vista d’importanti scadenze politiche, a cominciare dalle elezioni europee di giugno. E’ superfluo ricordare che a fare le spese di tale blocco sono i siciliani; soprattutto i lavoratori, i ceti sociali meno protetti, marginali ed anche gli imprenditori piccoli e medi che temono la paralisi della regione più dei possibili effetti della crisi generale dell’economia italiana e internazionale. Per Lombardo e per il suo recalcitrante governo è arrivato il momento della verità. Devono decidersi su quali passi compiere. La scelta peggiore sarebbe quella di continuare a marcire nella paralisi. Il presidente della regione dovrebbe imprimere una svolta alla sua azione, sia sul terreno dei rapporti politici e parlamentari sia, soprattutto, sul terreno dell’azione di governo che- secondo vari osservatori- lascia molto a desiderare. Anche perché c’è un’eccessiva propensione di Lombardo a privilegiare il ruolo di leader di un piccolo partito- movimento a scapito di quello di governatore di una delle regioni più grandi e complicate d’Italia. Fra i due ruoli non c’è un giusto equilibrio. Perciò, è opportuno ricordare che egli è stato eletto per amministrare la regione non per usarla per costruire il suo “partito del sud”. Guardando al panorama nazionale, non si notano altri governatori caratterizzati da cotanto attivismo politico. Anche questo- credo- è un problema importante che non aiuta a dispiegare una linea di governo adeguata alla gravità della crisi e a dirimere le difficoltà all’interno della sua scomposta coalizione. Ovviamente, il discorso riguarda anche l’opposizione la quale non può ritenersi appagata da  qualche contentino o da qualche frase a (scarso) effetto, come le famose “geometrie variabili”.In questo frangente decisivo, il Pd dovrebbe saper elaborare e dispiegare un progetto programmatico e di lotta sociale, coinvolgendo tutte le forze disponibili, per rimettere la Sicilia in movimento, al centro del confronto politico e parlamentare.

Agostino Spataro

* Pubblicato, con altro titolo, su La Repubblica del 17 gennaio 2009.

Gestione rifiuti: un'Idra dalle ventisette teste

di Agostino Spataro

* Pubblicato, con altro titolo, in “La Repubblica” del 14 gennaio 2009

I siciliani sono costretti a pagare le tariffe più elevate in cambio di una rete di servizi che è fra le più scadenti d’Italia. Una situazione dovuta al malgoverno e all’ irresponsabilità politica di chi amministra nell’assenza di controlli. Emblema di questo, il settore della raccolta e dello smaltimento dell’immondizia Sembra che sui siciliani si sia abbattuta una sorta di maledizione: costretti a pagare le tariffe più elevate in cambio di servizi fra i più scadenti d’Italia. In realtà, la maledizione non c’entra nulla. C’entrano, e molto, il malgoverno, la cattiva amministrazione, l’irresponsabilità politica e l’assenza di adeguati controlli. Ossia un complesso di fattori che ha generato un sistema “impazzito” che divora enormi risorse finanziarie, pubbliche e private, e produce sprechi, debiti e favoritismi. La situazione siciliana sta andando alla deriva, fuori d’ogni controllo politico e amministrativo. La conferma viene dalle tante statistiche, ma ogni cittadino può constatarlo da se, nella vita quotidiana: nei campi della sanità, dei trasporti, nella pubblica amministrazione, nella gestione del mercato del lavoro, in gran parte al nero, dei servizi. Un esempio? La disastrosa gestione (tranne rarissime eccezioni) dei servizi di raccolta e smaltimento dei rifiuti urbani, affidati ad una pletora di 27 A.T.O, acronimo beffardo che sta per Ambito territoriale ottimale. Nonostante le leggi e i decreti emanati dal presidente Lombardo, le circolari dell’Agenzia regionale competente che impongono una riduzione nel numero e una riorganizzazione giuridica e funzionale, gli Ato erano ventisette e tanti sono restati. E continuano ad accumulare debiti, a bruciare risorse pubbliche e/o prelevate direttamente dalle tasche dei cittadini attraverso tassazioni e tariffazioni fra le più alte del Paese. In Sicilia si paga la tariffa più alta per famiglia Dall’Osservatorio prezzi e tariffe 2008 di Cittadinanza attiva, si rileva che, nel 2007, in Sicilia si è pagata la tariffa più elevata per famiglia tipo (tre persone e un’abitazione di 100 mq): precisamente 280 euri l’anno (con un incremento del 7,7% rispetto al 2006), contro una tariffa media nazionale di 217 euro. Dopo la Sicilia segue la Campania (262), la ricca Lombardia (184); ultimo è il Molise con 117 euri. Fra le prime 10 città per spesa annua più elevata, sei sono localizzate nel meridione, delle quali tre siciliane: Siracusa al 1° posto (con 400 euri), Agrigento al 3° (con 367 ), Catania al 4° (con 365 ). Palermo è al 16° posto con 261. Ci sono città, anche del mezzogiorno, con una spesa molto più ridotta di quelle sopra citate: Reggio Calabria (95 euri), Brescia (123 ) Cremona (127). Perché queste forti disparità di spesa? Sarebbe il caso che gli enti gestori e le graziose autorità siciliane lo spiegassero ai contribuenti siciliani. Sappiamo, da tempo, che una delle cause principali sta negli sprechi prodotti dall’elefantiaca organizzazione territoriale articolata in 27 Ato, invece che 9, ossia uno per provincia come nel resto d’Italia. Come il solito, è stata usata l’Autonomia per dar vita ad una “nuova idra dalle 27 teste” che brucia risorse e produce un carente servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti, con un’incidenza infima della raccolta differenziata e dei processi di riciclo. Di chi le responsabilità? Precisamente, nessuno lo sa. Anche se è certo che la mostruosa creatura è stata generata nel periodo a cavallo fra le presidenze del ds Angelo Capodicasa e dell’udc Totò Cuffaro. In una fase, cioè, molto turbolenta ed opaca della politica siciliana, vissuta, pericolosamente fra ribaltoni e contro-ribaltoni, all’insegna del trasformismo più deteriore e di temerarie acrobazie politiche. Un inciucio nel quale era difficile distinguere il confine fra politica e affarismo e quindi le responsabilità in ordine ai diversi provvedimenti adottati dai governi. Ridurre a sei gli Ato – rifiuti Comunque sia, sperando che un bel dì sapremo, il problema attuale è quello di rimediare al danno procurato ai siciliani mediante la riduzione del numero degli Ato-carrozzoni. Facile a dirsi, ma difficilissimo a farsi! A questa ipotesi s’oppongono, infatti, tre quarti delle forze di maggioranza e, sottobanco, taluni settori dell’opposizione. Grosso modo lo stesso fronte delle forze che osteggiano il piano di rientro e di riorganizzazione della sanità siciliana. Com’è noto, il nuovo presidente della regione, Lombardo, anche in aderenza con un pronunciamento dell’Assemblea regionale, ha decretato la riduzione degli Ato da 27 a 14 e di trasformarli in autorità d’ambito, una specie di consorzi fra comuni. Certamente, un passo nella giusta direzione. Ma non basta. In altre realtà regionali si sta procedendo ad accorpamenti interprovinciali per migliorare il servizio e realizzare economie di scala, a tutto vantaggio dei cittadini. Cito fra i tanti, l’esempio della Toscana dove si è passati da 10 a 3 Ato interprovinciali, già operativi, con risultati davvero notevoli in termini di tariffe e di ottimizzazione delle risorse umane e finanziarie. In Sicilia ne basterebbero sei: uno per ciascuna grande provincia (Palermo, Catania e Messina) e tre interprovinciali per accorpare Siracusa con Ragusa, Caltanissetta con Enna, Agrigento con Trapani. Chi o che cosa impedisce di fare una riforma del genere in Sicilia? Bisogna agire e subito. Prima che arrivino le nuove tariffe che s’annunciano come vere stangate per i cittadini, soprattutto dei medi e dei piccoli comuni siciliani. Penalizzati i cittadini dei piccoli e medi comuni Ho sotto gli occhi le previsioni di spesa, per gli anni 2008 e 2009, che l’Ato Gesa Agrigento 2 ha comunicato al sindaco del mio paese, Joppolo Giacaxio, un borgo di 1200 abitanti, di cui il 60% pensionati al minimo, per il quale si calcola un costo medio annuo pro-capite di 363,92 euro, contro i 125, 38 della vicina Raffadali. Le malelingue dicono che Joppolo è penalizzato perché paese di residenza dell’on. Capodicasa, ex presidente della regione, mentre Raffadali è favorita per essere il paese del suo successore, on. Cuffaro. Chiacchiere da bar, naturalmente. Anche se resta lo sconcerto, l’incredulità direi, per una stima dei costi così elevata che se non dovesse essere corretta potrebbe comportare un aumento per tre o per quattro degli importi delle nuove bollette. Il caso qui citato non è l’unico, ma uno dei tanti provocati da un sistema perverso che genera disservizi e odiose differenze di costi fra comuni dello stesso “ambito”. Insomma, per Joppolo il passaggio all’Ato non è stato, certo, un ottimo affare poiché ha comportato un incremento vertiginoso della spesa comunale: da circa 60.000 euro del 2003 agli attuali (preventivati) 451.000 euro. Ossia 7,5 volte in più in cinque anni. Assolutamente incomprensibile, visto che nel quinquennio è calata la produzione dei rifiuti perché è calata la popolazione a causa dell’emigrazione e del saldo demografico negativo. Viene da chiedersi: se questo è “l’ottimo” cosa sarà il pessimo?

Agostino Spataro

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